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Dal profumo del pane

L’arte del pane e il pane dell’arte.

Panis ipsius varia genera persequi supervacuum videtur, alias ab opsoniis appellati, ut ostrearii, alias a deliciis, ut artolagani, alias a festinatione, ut speustici, nec non a coquendi ratione, ut furnacei vel artopticii aut in clibanis cocti

[…] Sembra inutile dilungarsi sui vari tipi del pane stesso, ora definiti dalle vivande, come gli ostricari, ora dai sapori, come i pandolci, ora dalla velocità, come cialde, ad anche dal sistema di cottura, come cotti al forno o in teglia, o in recipienti […]

Così Plinio, nella Naturalis historia (XVIII – 106).

E se a Roma – dice ancora Plinio – non ci furono fornai fino alla guerra con Perseo più di 580 anni dalla fondazione di Roma, nel terzo secolo d.C. sono presenti in città più di 200 botteghe per la vendita del pane, con i tipi di pane più diversi: strepticius (a treccia), artolaganus (focaccia con latte vino olio e pepe), adipatus (con lardo o pancetta), adoreus (di farro), siligineus (di segale, bianco e fine), furfureus (di semola), militaris e nauticus (per soldati e marinai, adatto a lunga conservazione), plebeius (pane nero o cibarius, grossolano) e altri ancora.

Anche se, ci dice Giovenale nelle Saturae, mentre il pane riservato al padrone era tener et niveus mollique siligine fictus, quello della plebe era vix fractum, solidae iam mucida frusta farinae. (5, 68-71).

Quale luogo migliore, allora, Roma, per una mostra che trovi nutrimento dal pane?

E quale luogo migliore dell’Antico Forno di via delle Muratte 8, all’angolo del Vicolo del Forno (antico vicolo cieco di fronte alla Fontana di Trevi), quello scelto per far incontrare artisti e pistores, cioè fornai?

E se nell’antico Vicolo proprietario del preesistente forno fu nel Settecento il Gran Fornaro Grazioli (poi fatto Duca), il Forno di via delle Muratte, che conserva una bocca da forno su maioliche del 1870, diviene poi proprietà della famiglia Riposati (il padre Giovanni e i fratelli, infine il figlio Gianni).

Pan Art: questo il titolo della mostra, curata da Massimo Riposati (nipote di uno dei proprietari) e tenuta alla Galleria Diagonale – Centro Iniziative Multimediali, in Piazza Rondanini, che, sempre al centro di Roma, è vicina al Pantheon, nell’antico Palazzo Rondanini, già presente nel Cinquecento, dal 6 al 26 giugno 1996.

PAN ART copertina web
PAN ART catalogo due Riposati web

La prima pagina del catalogo e la foto dei due Riposati: Gianni e Massimo. Tutte le foto riprodotte nel catalogo furono scattate da Mimmo Frassineti.

Quattro artisti: Nato Frascà, Vettor Pisani, Mario Schifano e Giuseppe Uncini.
Un quartetto particolare, di artisti coetanei (Uncini è del 1929, Frascà del ’31, Pisani e Schifano del ‘34) che interpretano il tema suo modo.
Esperienze anche così tanto diverse tra loro, alcune delle quali però si sono intrecciate nel tempo.

Schifano e Uncini, alla fine degli anni ‘50, avevano gli studi vicini: Uncini a Vicolo Scavolino (in una stanza presso l’abitazione dello scultore Edgardo Mannucci, che era stata di Burri), a pochi passi da Fontana di Trevi e dal nostro Forno; Schifano nella vicina Piazza Scanderbeg, sotto al Quirinale.

Schifano e Uncini nel ‘59 sono in mostra con Franco Angeli, Tano Festa e Francesco Lo Savio (e con Gianni De Bernardi) alla Galleria L’Appunto di Roma, per trovarsi poi a Bologna nell’aprile ‘60, alla Galleria Il Cancello, presentati da Emilio Villa, e ancora a Roma a novembre alla Galleria La Salita presentati da Pierre Restany: albori di quella poi definita “scuola di Piazza del Popolo” (che fu tanto e tutto, tranne che “scuola” stricto sensu). Per Uncini quel che accomunava quei giovani artisti era “l’impellente esigenza di non ricadere nell’accademia dell’Informale”; “parlavamo di azzeramento, di dover azzerare tutto e partire di nuovo da zero, dalla tavola bianca”.

Frascà e Uncini condivisero l’avventura del Gruppo 1 dal 1962 al 1967; via ‘altra’ di superamento dell’Informale: “Aspiravamo” – scrissero nella Dichiarazione di poetica del 1963 – “a partecipare attivamente alla volontà e all’azione di ricostruzione dopo la «tabula rasa» dell’Informale”.

Frascà, sempre alla fine degli anni ‘50 aveva lo studio a Via del Gonfalone, a pochi passi dal Tevere, poi a Via delle Pace e successivamente a Piazza Madama (Piazza Navona).
I giovani pittori allora erano poveri (e affamati) ma potevano trovare spazi in affitto al centro di Roma, cosa oggi impensabile.

Frascà è l’unico romano (ma, come tante volte ha ricordato, di padre locrese e madre siracusana); Schifano nasce ad Homs, porto della Libia settentrionale, perchè il padre era archeologo capocantiere agli scavi a Lepits Magna, trasferendosi poi a Roma nel dopoguerra.
Uncini, marchigiano, viene a Roma nel ’53. Pisani, pugliese, arriva a Roma nel ‘67.

Quattro autori, quattro elementi (come ci dice il catalogo): terra, acqua, aria, fuoco.

Scrive Riposati (da una intervista a Pisani, su Flash Art Italia del 7 settembre 2015: “L’artista, in quanto sciamano, premonitore, preveggente e interprete, quale percorso sceglie? ”.

PAN ART catalogo testo web
PAN ART catalogo Uncini web
Vediamo: Uncini depone le “ciriole” (oggi poco di moda, ma per decenni nutrimento di masse, da operai a scolari) su una griglia (termine quanto mai opportuno) di ferri. Nella foto in catalogo poste in numero non eguale per ogni fila; in altra foto sul web e a colori (ed altra opera, evidentemente) appaiono in numero di nove per quattro file verticali.

In alzato danno l’impressione di una ostensione, qualcosa di sacro in cui la croccantezza e il volume dei pani, ognuno con le sue differenti linee, increspature, tagli, si contrappone alle ortogonali dei ferri di supporto.

PAN ART catalogo Schifano web
In Schifano, i pani, questa volta tutti di diversa tipologia (e qui Plinio potrebbe scriverne), già distesi sul tavolo, determinano l’opera che si dà non per banali contorni – su cui intervengono e spaziano aloni – ma per segni pervenuti come a seguito di levitazione (da ‘lievitati’ a ‘levitati’).
PAN ART catalogo Pisani web
In una delle foto a colori, uscita sul Venerdì del quotidiano La Repubblica, dedicate alla mostra, si vede Schifano (nello studio di Via delle Mantellate, altra sponda del Tevere quasi dirimpetto a Via del Gonfalone) a fianco al tavolo dove sono posizionati i pani e dietro, in verticale, l’opera intera, come in proiezione: “prodotti della cultura”, tanto i pani, quanto la pittura.

Pisani presenta un disegno, d’apparente ingenuità, ma con riferimenti ed echi simbolici così tanto presenti nel proprio mundus imaginalis: un pane spezzato su una croce, una figura umana con un pane in testa.
Figure di animali si innestano: il gatto che sembra giocare con il pane, come fosse sul petto della figura, come sulla croce, rondini dall’alto che forse diventano pane e dal basso … un’oca forse?
Al lato di destra, in basso (al levante) un cerchio, gradatamente oscuratosi.

Ci può aiutare Mimma Pisani, musa, compagna di vita e d’arte di Vettor, che tra i tanti contributi critici ha scritto: “la leggerezza del volo, lo statuto di angelo viaggiatore, sospeso, confuso, vacillante sulle cose come gli ‘Hermes’, ‘le Sfingi’, ‘le pupazze’ e ‘le papere’ con le ali spiegate in un giro di luce, di libertà”.

Si sarebbero incontrati, Pisani e Frascà, sicuramente su alcune materie di riflessione, comuni, sia pure vissute in forme alquanto differenti: l’Alchimia, i riferimenti a Duchamp e Beuys, una visione dell’arte e dell’artista affrancata dai mercati e dai mercanti, liberata da narcisismi, censure, vincoli imposti e autoimposti.

“Finirà” – scrive Pisani – “l’Era degli Autori acclamati, ricchi e famosi, dei diritti d’Autore, dell’Oro nero filosofico e alchemico, del mercato dell’arte e della critica d’arte organizzata e ciarliera. Finalmente sorgerà la Nuova Era! (Copyleft no Copyright). Inizierà l’Era della Felicità e dell’Amore, della Fratellanza e dell’Altruismo, della Creatività Collettiva Cosmica e del divertimento. Una nuova Era di fratellanza e di sorellanza di giustizia sociale e di democrazia totale, cristiana e secolarizzata, morale, etica ed estetica e infine laica”.

Scrive Frascà, nel testo Orizzonte dei confini: “Affermando con forza d’amore che dobbiamo dissolvere la nostra mentalità narcotico-narcisistica e con essa quanto ha dato vita all’ormai obsoleto concetto di estetica, per lasciare albeggiare in noi la creatività che è ‘competenza comune di ogni uomo’ ed affermare un’Etica-est, in modo da saldare e fondare e riempire quella distanza fra quel vallo ormai genetico che la nostra civilizzazione occidentale ha costituito dentro di noi, quell’io diviso, quell’occhio deprivato della sensibilità animica e che ci ha costruito addosso la corazza che rende schizofrenica la nostra esistenza”.

PAN ART catalogo Frasca web
E veniamo all’intervento di Frascà: può sembrare giocoso e forse lo è.
Frascà col pistor ha posato un Kubus piattina, sul pane prima della cottura.

Il risultato finale, cos’è: una ‘impressione’, un ‘marchio’, una ‘traccia’, una ‘impronta’ ?
Ha messo il pane “a ferro e fuoco”?

Di certo, quel che rappresentava l’immagine virtuale di una apparente “ovvietà” che produceva invece plurime immagini visive (con spostamenti avanti/dietro – destra/sinistra – alto/basso) si è ora fatta materia fissata, in cui il suo ‘negativo’ avviene con la crescita ‘positiva’ della materia-pane: avvenimento di crescita e decrescita assieme, dunque.
L’opera, in questa sorta di traslazione (di azione attraverso, trans-latus), di spostamento (spaesamento?), perde e allo stesso tempo acquista un quid.

E il tutto, ha a che vedere con Terra, Acqua, Aria, Fuoco, ove il pane si nutre d’arte e l’arte di pane.

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Diramazioni, in itinere

… dal Venerdì di Repubblica
… l’opera: i lampeggiamenti del Kubus
… “natura” / “cultura”: Fabrizio Clerici in KAPPA