La svolta didattica e la nascita dello Scarabocchio degli adulti  (1975-1985)

… una nuova forma della socializzazione, che non può prescindere dal proprio autointerrogarsi, per dispiegare, poi, la propria interrogazione ad altri

N. Frascà

La prima esperienza didattica di Frascà è del 1965, quando a Roma nasce l’innovativo e pioneristico “Corso superiore di disegno industriale”, presso l’Istituto d’Arte.
Argan, che ne fu primo Presidente (con lo scultore Aldo Calò, primo Direttore), aveva scelto l’iniziale gruppo di docenti, tra cui Frascà e Achille Pace (allora ancora nel Gruppo 1), per quello che doveva essere un centro di formazione e sperimentazione: una scuola anti-accademica e anti-cattedratica, dinamica ed interdisciplinare.
Frascà ha la docenza di Educazione alla visione (Esercitazioni visive), tenuta per l’anno 1965/66, in un periodo in cui viene studiata intensamente la psicologia della Gestalt e in cui sono tradotti in italiano, tra gli altri, testi della Bauhaus di Itten, Klee, Kandinskj, su cui Frascà lavora assiduamente.
Dieci anni dopo viene chiamato come docente all’Accademia di Belle Arti di Carrara, dove tiene, nell’anno 1976/77, il Corso Superiore di Elementi di Didattica Artistica: ciò che Frascà intende per ‘didattica’, come rapporto di responsabilità e scambio tra l’artista/docente, operatore/ricercatore e l’allievo/discente, e come metodologia operativa sociale del “cosa cercare + come cercare”, è espresso come comunicazione ad una mostra collettiva itinerante del 1977 intitolata “Didattica 2. Perché e come”.

 dal catalogo Didattica 2. Perché e come (1978)

appunti per un Seminario (fine anni ’70)

Un anticaccademico in Accademia: quello che si confermerà a partire dal successivo anno, all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove Frascà terrà la cattedra di Teoria della percezione e psicologia della forma (la prima ad essere istituita nelle Accademie con questa formulazione) dal 1978 al 1998.
Uno sperimentatore, nelle maglie ristrette di una Istituzione dalla direzione fortemente burocratica e non al passo coi tempi, su cui si infrangono però prima le spinte e controsopinte dell’onda lunga del Sessantotto, con le occupazioni del 1977 di tutte le Accademie di belle arti; poi, tra il 1989 e il 1990, l’ultimo movimento studentesco diffuso, la “Pantera”, che coinvolgerà appieno le Accademie.
Nell’un caso e nell’altro, Frascà si schiera apertamente e attivamente con gli studenti.

prima pagina di una Lettera aperta agli studenti della ‘Pantera’ (5/5/1990)

pagina annotata dal Dizionario di psicologia analitica di C. G. Jung (1978)

Nell’attività didattica di Frascà la riflessione (e l’insegnamento che ne è derivato) sulla fenomenologia della percezione, sugli impianti teorici e sugli stimoli che le ricerche sulla Gestalt ne hanno immesso, si lega alla didattica della percezione visiva e alle risposte che gli allievi, continuamente sollecitati, forniscono.
Questo duplice movimento (teorico e pratico) si apre poi ad una riflessione sulla fenomenologia della creazione artistica e sullo scandaglio del flusso creativo che la percorre.
Flusso che trova la sua espressione nel segno, che contiene e registra le più sottili vibrazioni emozionali.
Questi orientamenti in Frascà derivano direttamente da una continua interrogazione e verifica della propria esperienza artistica e delle condizioni in cui segni, segnali, tracce, impulsi, aggressioni, regressioni, si sono manifestati nel proprio lavoro, di cui i Diari, tenuti dall’autore dalla metà degli anni ’50, costituscono una testimonianza flagrante.
Il flusso creativo viene ad essere indagato quindi come flusso energetico e come luogo-ponte privilegiato di collegamento con l’inconscio, quale fondale oscuro, ma potentemente presente e vivo, venutosi a determinare fin dal vissuto prenatale.
Riflessione e didattica si sono aperte sia verso studi e spazi interpretativi psicoanalitici (a partire da una lunga riflessione su Jung), volti anche in versanti psicologici (ed in particolare sulla psicologia prenatale), psicoterapeutici e psichiatrici; sia verso ricerche in ambito epistemologico, nelle neuroscienze, e nelle ‘scienze di frontiera’.
A costituire una sorta di ‘collante’ in questi studi sono, da un lato, la presenza della filosofia di Heidegger e di Merleau-Ponty, dall’altro la continua permanenza, come Maestri, di Cézanne e Brancusi.

Questo imponente lavoro di ricerca si sistematizza dal lato teorico in ciò che Frascà definisce Psiconologia, cioè Psicologia dell’icona (“studio e decodificazione delle icone o immagini prodotte dall’anima o dal Profondo”); dal lato metodologico con la pratica dello Scarabocchio degli adulti, che costituisce un passaggio tra i più impegnativi che in Accademia gli allievi affrontano nel suo corso.
E’ proprio a partire dalla propria incessante interrogazione e dagli eventi viscerali vissuti alla ricerca del proprio segno, che Frascà ha spinto i suoi allievi ad un viaggio analogamente interrogativo e senza rete alla ricerca del segno ‘proprio’ in quanto unico e originale, nella propria libera e autentica espressione, cioè alla ricerca del proprio sé.

uno “Scarabocchio” 

Lasciando che a operare sia l’istinto si ricevono segnali e messaggi che non arrivano dalla coscienza, ma da molto più lontano. Io mi sono accorto che disegnando in libertà si rappresenta la propria nascita, in altre parole si nasce o si rinasce

N. Frascà

Frascà scopre come un soggetto, in determinate condizioni di preparazione psico-fisica, tramite l’utilizzo di fogli di un determinato formato e grammatura e di un tipo preciso di grafite, tracciando in totale libertà segni, in più serie, costituite ciascuna da un determinato numero di fogli, riesca a produrre del materiale che, come un sismografo, rileva e fa emergere blocchi, tensioni, traumi, vissuti e risalenti sin dal periodo prenatale, dai mesi della gravidanza.
Analizzando centinaia di migliaia di Scarabocchi, Frascà impara a “decodificare” questi segni-tracciati, sottoponendone la “lettura” ai soggetti; poi, per verifica, alle madri.
Frascà scopre inoltre gli effetti che questa pratica può produrre direttamente sugli stessi soggetti, in termini di possibile autoesplorazione della propria condizione esistenziale, ricavando, anche da ciò, preziose indicazioni per possibili usi terapeutici.
Da qui – e almeno dai primi anni ’80 – la ricerca continua di collaborazioni con le più diverse figure professionali e con associazioni, comunità, enti, per la condivisione dei risultati delle proprie scoperte ed il possibile utilizzo dello Scarabocchio come supporto diagnostico e terapeutico.
Il libro L’Arte, all’ombra di un’altra luce, che si apre con citazioni da Merleau-Ponty e Brancusi, raccoglie queste ricerche.
Allo Scarabocchio degli adulti è dedicata una specifica sezione di questo sito.

la Mappa generale per la decodificazione dello Scarabocchio, dal volume L’Arte. All’ombra di un’altra luce (1998)