Interrogazioni sitematiche: gradi di permanenza e salti, tra Kubus e Labirinti (1972-78)

Ciò che mi capita nel solito mistero che mi tocca vivere nei riguardi della mia opera, che uscita, sgorgata quasi inconsciamente mi perseguita interrogandomi

N. Frascà

L’interrogarsi costantemente sulla propria opera, sui punti nevralgici in cui si forma, si costituisce e tende ad espandersi, muove in due direzioni: come attitudine, o ‘sistema’ dell’artista, convinzione assoluta del procedere nel proprio percorso di ricerca senza mai cedere ad uno “stile” o al replicare il già fatto; sorta di ‘vigilanza’ verso il proprio lavoro.
D’altro lato, come qualcosa che l’opera stessa, nel processo di emersione delle proprie forme, pone e richiede in continuazione, come una corrente in attesa di senso e direzione.
Questa necessità ed ansia interrogativa (che trovano nei Diari lasciati da Frascà un luogo eletto e prezioso d’espressione) comporta costantemente dei punti critici nei cicli di opere, che richiedono, ad un tempo della loro sperimentazione, un ‘salto’ ulteriore.

Kubus nero rilievo e Kubus bianco inciso (1972)

Il Kubus nasce come uno “smontaggio” del Rebis, come immagine nata e indagata quasi a voler ridurre quella forma così multiforme e sfuggevole ad una nuova e ulteriore sintesi d’essenzialità. Il Kubus da riduzione geometrica e da Imago (come verrà intitolata una serie di serigrafie nel ‘74) – come s’era palesata – e sperimentata in forma scultorea (Kubus Pietra, Kubus finestra, poi, oltre, in Parallelpipedo e Colonna), proporrà in sé il rapporto e lo scambio continuo tra una immagine (apparentemente) “ovvia” ed una ancor carica di ambiguità e polivalenza; dove, nell’ovvia, riemerge una immagine primigenia e nota perché archetipica.
In questo, come forma dell’opera e come forma all’opera (cioè percorso percettivo), Frascà individua la presenza di un “nuovo simbolo”: di un modello di ricerca, di una metodologia e di una presa di coscienza dei segni originari.

Imago (1974)

Il confronto tra polivalenza e ovvietà in una stessa immagine, mette in causa uno stato di dubbio, la sua cognizione ci rende più consapevoli della nostra immaginazione

N. Frascà

Quelle forme, che Frascà indaga tra il ’72 e il 74, richiederanno una misura completa di appartenenza, che sarà loro data dalla progettazione dell’Ambiente Prospettico Polivalente (Percorso per esperienze percettive), il cui modello in scala viene realizzato durante un lungo soggiorno ad Amsterdam, tra il ’74 e il ‘75.
Al rientro in Italia “Immagine ovvia e nuovo simbolo” sarà il titolo di una mostra itinerante, tra il ’75 e il ’76 (con esposizione di opere dal ’60 al ’75, presentazioni critiche e dibattiti) e di un impegnativo libro-catalogo, con i contributi, tra gli altri, di Argan, di Enrico Crispolti, e di Pierre Restany, amico fraterno dal tempo di Parigi.
Tra il 1976 e il 1978, Frascà, Paolo Minoli e Antonio Scaccabarozzi, formano “Interrogazione sistematica”, un percorso di condivisione di una metodologia di ricerca, basata, nelle differenze, sul rigore sperimentale e sull’esplicitazione dell’operazione artistica: tra intenzione progettuale, realizzazione e costante verifica; un fare e un procedere, in questo senso, “didattico”.

Frascà con Antonio scaccabarozzi e Paolo Minoli (1978) attorno a un Rebis ‘Salamandra’ (a 4 elementi)

E immaginazione e realtà, desideri repressi, umori, sentimenti, percezioni, censure, automatismi, ambiguità; non sono, forse, questi alcuni degli elementi del nostro labirinto personale?

N. Frascà

Tra il ’77 e il 78 si compie un nuovo smottamento e spostamento assiale: l’indagine e l’interrogazione sulla forma-immagine si apre, attraverso una immersione nel Mito, in una serie di studi, progetti e opere sul Labirinto: inizialmente ancora come insieme di segni percettivamente rilevanti e ambigui; poi come progettazione di ambienti orientati dalla presenza di segni-freccia (Labirinto-freccia). Infine, nell’esposizione Artericerca ’78, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, come un grande ambiente praticabile (Labyrinthus III), ove si svolge un rito: quello della frantumazione-perdita-ricomposizione-riconoscimento di sé, ad opera del fruitore, che può entrarvi (e uscire, se crede), riconoscendosi o disconoscendosi come Orfeo/Teseo/Arianna/Minotauro.
Nel corpus di studi che l’autore chiama Labyrinthus, composto nel 1982, Frascà fa convergere tutti i punti sintomatici toccati dalle sue opere, cui si può associare il nucleo delle ricerche successive che daranno vita al testo L’Arte, all’ombra di un’altra luce. Viaggio nello Scarabocchio degli adulti attraverso la Psiconologia, edito nel 1998.

Labyrinthus III (1978)