Ritorni e riavvolgimenti (2000-2006)

intervistatrice: “Lei pensa che questa sia la meta del suo viaggio, della sua carriera artistica?

Frascà: “No, l’inizio: come tutte le fini, le fini sono gli inizi

Nel 1996, su invito dell’amico Restany, pubblica un articolo sulla rivista D’ARS, dove, in una esposizione/riflessione sui cardini della propria esperienza artistica e umana, dà notizia dell’intenzione di tornare “sulla scena pubblica”, anche in previsione dell’uscita del libro In flagrante delitto d’esistenza, edito poi nel 1998 col titolo definitivo Viaggio nello Scarabocchio degli adulti attraverso la Psiconologia, con prefazione dello stesso Restany.
Il ritorno all’attività espositiva avverrà, a partire dal 2000, con una piccola mostra antologica di rientro, L’orizzonte dei confini. Frammenti di percorso 1962-2000, con testo dell’amica e collega Giovanna dalla Chiesa, significativamente intitolato Nato Frascà e il tempo del ritorno, dove viene esposto il modello dell’Ambiente Prospettico Polivalente, ritornato in possesso dell’autore nel 1997, da Amsterdam dove era rimasto dal ‘74

dalla brochure della mostra L’orizzonte dei confini (2000)

“Orizzonte dei Confini” è il termine utilizzato da Frascà, desunto dalla fisica teorica, con cui vuole indicare un luogo di pensiero, in cui si possano dissolvere quelle linee di demarcazione che tengono separati i territori della conoscenza; luogo in cui poter sviluppare quelle dimensioni emozionali ed esprimere, nei propri “oltrepassamenti”, quella luce interiore di cui ogni persona è portatrice, e che si può liberare esplorando ed esplorandosi. 
Qui abitano quei “campi interferenziali ed emozionali”, “che ci attraversano continuamente e ci in-formano”, “vero fondo energetico e cosmico di tutte le esistenze”, di cui tutta una serie di opere, già dai primi anni ‘90 sono la vibrante, luccicante, scintillante, presenza e che hanno in La notte di Niccodemo (… per spirito ed acqua) del 2000 un punto alto di concetrazione e ascesa.

La notte di Niccodemo (… per spirito ed acqua) (2000)

Il 2001 impegna Frascà in una ampia antologica a Velletri, con opere dal 1961 al 2001, nuovamente con presentazione di Giovanna dalla Chiesa e una scheda del critico e amico Giuseppe Appella.
Nello stesso anno deve lasciare lo studio-abitazione al Labaro, per trasferirsi, non lontano, sulla via Tiberina, sempre alle porte di Roma, all’interno della tenuta agricola del Borgo Pallavicini-Mori; la casa, poi ristrutturata con il vecchio fienile, le stalle, il magazzino degli attrezzi, è divenuta oggi parte di un agriturismo di lusso.

Nel 2004, questa volta a Firenze, presso la Galleria Santo Ficara, Giovanna dalla Chiesa cura la mostra con dipinti, disegni, strutture dal 1959 al 2003. Nel catalogo, una lunga ed articolata intervista, conduce Frascà a ripercorrere i temi e le vicende principali del proprio percorso di ricerca e di vita.
Contemporaneamente, presentato dall’amico cineasta Andrea Granchi, Kappa viene proiettato agli allievi dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, per l’ultima volta preceduto dalle parole del suo autore.

alla presentazione di Kappa, Accademia di Belle Arti di Firenze (2004)

Io sono così e questo è il mio limite reale. Lo so è una specie di febbre di voler dire tutto ciò che sono dentro – con tutte le contraddizioni, le lacune, gli sbalzi che psichicamente e sensorialmente costituiscono il chiaroscuro della mia personalità. C’è di mezzo forse anche un’angoscia di non avere il tempo di dire tutto ciò che si è – e anche l’ambizione (o la presunzione se preferisci) di volersi dare intero – senza abbellimenti, ma anche senza limiti

N. Frascà

A questa attività si affianca la necessità come di rinnovato percorrimento della propria strada, una “chemin a rebours”, in uno stato di serena e liberata consapevolezza: del colore cézanniano, indagato nelle pieghe dei suoi vuoti, in una tensione pittorica tutta percorsa e percossa da vibrazioni e accesa in fosforescenze, come in Era una notte buia e forse tempestosa (1990); delle strutture diagonali, e delle loro tensioni percettive, ora rinnovate e come sospese in musicali dimesioni nei Neostrutturali (2004-2005); degli slittamenti assiali e nelle curve borrominiane, ritrovate nelle Panoplie (2002-2003), opere espicitamente riferite alle architetture borrominiane (dall’Oratorio dei Filippini a S. Maria dei Sette Dolori), e, insistendo sulla pianta ellittica, nella serie Arc en ciel (2005) dove una cromaticità serena è traversata da larghe campiture diagonali, che sbordano in curve.

Neostrutturale n° 1 (2005

Panoplia VII Chiesa Nuova – Obliquità Poliforme (2003)

Un ritorno alla pittura, perchè Frascà si è sempre considerato anzitutto un Pittore; ma anche un riandare ai più alti momenti del proprio percorso: nel 2001, per la mostra Origini a Scicli (Ragusa), edita un Rebis matrice, in legno dipinto bianco, che verrà poi collocato nella collezione permanente del MUSMA – Museo della scultura contemporanea di Matera e restaurato nel 2018. Nel 2005 prepara edizioni dello Strutturale Variante III del 1966: una splendida foto lo ritrae.
Sempre nel 2005, in una serie di Colonna inferta – meandri ripensa alle Barra inferta del 1974, un esemplare delle quali è ora nella Collezione Farnesina del Ministero degli Affari Esteri a Roma, nella Galleria aperta del Palazzo.
Nello stesso anno, in uno degli ultimi testi pubblicati, scrive l’introduzione al catalogo della mostra Il Suono dell’anima. Tracce di un percorso riabilitativo, frutto di un progetto realizzato con persone diversamente abili, condotto in collaborazione con la A.S.L. di Roma ed una Cooperativa sociale: qui, ribadisce come l’espressione artistica debba e possa essere riportata “ai suoi valori primigeni di rituale etico, terapeutico, esoterico”, così “come la deve aver vissuta l’essere umano primitivo”: una riscoperta di una dimensione fondativa che appartiene alla radice del sacro.

Lascia, nel 2006, incompiuto un “Battesimo”: Giovanni, il Battesimo – omaggio a Piero della Francesca, una particolare Contamin’Azione, dal Battesimo di Piero alla National Gallery, ove Giovanni e Cristo sono evocati e, come in traslazione, fisica e temporale, appaiono, ciascuno, due volte.
Tra il 2005 e il 2006 si stabiliscono accordi affinchè il grande Rebis Columna (o Colonna Tiburtina) di 5 metri, realizzata nel 1972 alle Cave Poggi di Tivoli, venga recuperata e restaurata e dal 2007 torverà un prezioso luogo espositivo di fronte alla seicentesca Villa Morosini di Polesella (Rovigo).
E’ proprio un “tempo del ritorno”, con cui quest’opera, così vicina alle ascetiche Colonna senza fine brancusiane, si getta ad una scalata al cielo.
Una data paradossale, in Frascà, quella del suo ultimo giorno di vita: il 1° aprile del 2006; ed in quell’ ”ombra”, il primo d’altra “luce”.

 

Colonna Tiburtina (1972) [foto da sito della Villa Morosini]

Un’opera ad libitum che raccogliera’ nel tempo: disegni, note, collaborazioni, saggi, interventi, contraddizioni, progetti, collages, deposizioni, appropriazioni, riappropriazioni, sentences, documenti, testi, riti e formule, previsioni, slogans, transfert, feticci, tangba, enucleazioni, dediche, tracciati, foto, assenze, inediti, palinsesti, musiche et alii

N. Frascà

Nella citazione, con cui terminiamo questa biografia tematica, in ciò che Frascà indicò per descrivere l’opera Bagaglio per trasgressioni (nel volantino di presentazione della mostra alla Galleria Lorenzelli di Bergamo del ’78), c’è forse ciò che, con questo sito, andiamo cercando, tra i tanti documenti custoditi nell’Archivio; ciò che, per via di ricerca, vogliamo portare alla luce e intendiamo pubblicamente condividere: come testimonianza, come documentazione, ma soprattutto come materia di lavoro, materiali da costruzione, per ogni nuova ricerca, affinchè occhi sempre nuovi possano posarsi sull’opera dell’autore.

Xuân Frascà responsabile dell’Archivio Nato Frascà
Stefano Romanelli componente dell’Archivio

con uno Strutturale variante in costruzione (2005)