La via didattica

“Dispiegare la propria interrogazione ad altri”.

Talvolta momenti importanti della nostra vita possono essere rappresentati da fogli anonimi, dal linguaggio burocratico, anche spossati dal tempo trascorso: la carta qua e là ingiallita, qualche piega, come nel foglio qui sotto.

“Le comunico che con delibera del 20 Ottobre 1977 il Consiglio di Amministrazione di questa Accademia di Belle Arti Le ha conferito l’incarico per l’anno 1977-78 dell’insegnamento presso questo Istituto del Corso speciale Teoria della percezione e psicologia della forma”.

La “RACCOMANDATA A MANO” ha protocollo (con numeratore meccanico progressivo) 3740 e data (datario di gomma con caratteri mobili) 18 NOV 1977.

E’ importante notare l’intitolazione del corso di insegnamento “Teoria della percezione e psicologia della forma”: è la prima volta che una Accademia italiana propone agli allievi un corso così intitolato, tuttora in uso e diffuso.

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La proposta di istituire cattedre che negli studi artistici avrebbero previsto una apertura verso spazi dell’Estetica che tanto hanno inciso sia sul pensare l’arte che nel fare artistico, nasce da una proposta di Giulio Carlo Argan.

Eppure il testo di Rudolf Arnheim Arte e percezione visiva (che è del 1954, col titolo completo di Art and Visual Perception. A Psychology of the Creative Eye) ha la sua prima traduzione italiana nel 1962 per Feltrinelli, a cura del critico ed estetologo Gillo Dorfles.
Dolfles ricorda, nelle sua breve introduzione ad una nuova edizione pubblicata nel ’71, come “quando apparve in Italia […] gli studi attorno alla Gestaltpsychologie – alla psicologia della Gestalt – avevano già avuto nel nostro paese un intenso sviluppo […] Ma la psicologia della forma non era ancora entrata nella pratica degli studi dedicati alle arti visuali. Da qui l’estremo impatto che il volume di Arnheim doveva avere su tutto il successivo sviluppo degli studi italiani, tanto nelle accademie, nei licei e negli istituti artistici, che in alcuni insegnamenti universitari come quelli di storia dell’arte e di estetica”.

Tanto che alcune delle tendenze artistiche dei gruppi nati tra la fine degli anni ’50 e i primi ’60 – tra cui Gruppo 1 – indagate sotto l’aspetto teorico ed operativo, furono denominate “arte gestaltica” e al centro del XII Convegno Internazionale di Artisti Critici e Studiosi d’arte di Verucchio del settembre 1963, nonchè, poco prima, in un intervento di Argan su «Il Messaggero» del 24 agosto La ricerca gestaltica.
Ma già Cesare Brandi, nel suo affascinante Segno e immagine del 1960, aveva dato conto del testo e delle riflessioni di Arnheim.

Scrive Argan: “Il loro scopo [è di] stabilire quale sia il funzionamento dell’immagine come mezzo d’esperienza e di accertare se un valore di forma non si conservi, per avventura, nel meccanismo dei processi d’immagine”.
“In quanto si limita a riprodurre analiticamente e criticamente i processi di organizzazione formale, la corrente «gestaltica» opera per verifica di ipotesi; “esempio di una metodologia critica e sperimentale”.

Ma, prima della nomina all’Accademia di Belle Arti di Roma, Frascà era stato l’anno precedente in altra Accademia, quella di Carrara, dove aveva tenuto l’insegnamento di “Elementi di didattica artistica”.

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Ancor prima, nel 1966, fu chiamato da Argan all’esperienza dell’innovativo Corso Superiore di Disegno Industriale e Comunicazioni visive, annesso all’Istituto Statale d’Arte di Roma per la docenza di “Esercitazioni visive”; il Corso, progettato con il Direttore dell’Istituto d’Arte Aldo Calò, doveva “suscitare negli studenti una problematica tecnologica che li metta in condizione di organizzare i dati tecnico-scientifici secondo concetti di forma e contenuto”.
E’ significativo che in un appunto manoscritto Proposta fatta al Consiglio dei Professori (1967) ci sia accanto a matita il riferimento “Arte e percezione visiva – Arnheim”.

L’esperienza didattica, la propensione per la didattica in Frascà non riguarda singoli episodi, ma è stata sempre presente nel suo percorso artistico.

In un contributo alla mostra DIDATTICA 2: PERCHE’ E COME, curata da Luciano Caramel, Flavio Caroli e Maurizio Fagiolo, svoltasi in varie sedi (Modigliana, Forlì, Torino, Venezia) tra l’agosto e il dicembre del 1977 Frascà scrive: “Devo constatare ancora oggi […] la parola didattica fa storcere la bocca a chi cova ancora la rêverie romantica dell’artista tutto genio e sregolatezza. […] Quando l’artista non si nasconde dietro l’alone romantico e fumoso del poetastro dei potenti, quando sa parlare e dibattere attorno a ciò che sta ricercando, quando è un ricercatore […] quando – essendo in possesso di una metodologia trovata attraverso il proprio interrogarsi operativo – può anche investirsi personalmente di una funzione didattica o di docente, ecco che la società storce la bocca e accenna sorrisi di ironia o di pietosa sufficienza”.

E, a proposito del “COME”, riferito al titolo della mostra, afferma: “La Didattica dovrebbe essere lo specchio individuale e collettivo del rapporto culturale con la società e il metodologico cosa cercare + come cercare non può identificarsi con un nozionismo delle certezze ma al contrario porsi come riflessione e coscienza del dubbio”.
“Spingersi e spingere a cercare; a trovare se stessi e a provocarsi di sperimentare”.

Questo sarà il suo contributo, negli oltre venti anni di insegnamento: “dispiegare la propria interrogazione ad altri”.

Spingere gli allievi alla ricerca del proprio segno, a percorre il proprio labirinto personale per trovare, al fondo del proprio sé, la dimensione e la forma della propria storia, così come del proprio fare (e dare) artistico e in ultimo la ragione della propria esistenza; mai isolata e chiusa nella gabbia della propria individualità (ed individualismo), ma aperta allo spazio umano “nella consapevolezza di un’epoca che deve vedere l’albeggiare coraggioso del riconoscimento di valori etici, spirituali, sociali”, autentico fine dell’Arte.

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Diramazioni, in itinere

… “cercare di formare gli allievi”: Frascà (ed altri) al Corso Superiore di Disegno Industriale e Comunicazioni visive.
… “Teoria della percezione e psicologia della forma”: un programma, una ipotesi di ricerca.