BABILONIA
Passato e presente dell’arte (“qualcuno li deve spiegare”).
Siamo nell’antica Babilonia, in accadico Bābilim, dal nome sumero che significava “Porta di Dio” e la cui divinità protettrice era il dio Marduk, Bel, nella letteratura religiosa.
Così, nell’ Enūma eliš, poema sacro (probabilmente composto al tempo di Nabucodonosor I): “Nella cella dei destini, nella stanza degli archetipi, fu generato il più saggio dei saggi, il più intelligente degli dei, Bel”.
Nell’ultima tavola del testo, quella dedicata ai 50 nomi di Bel, si dice:
“essi devono essere ricordati, un condottiero li deve spiegare / il saggio e il colto li devono discutere assieme / un padre deve ripeterli e insegnarli ai suoi figli / qualcuno li deve spiegare al pastore e al bovaro […]”
L’antica Babilonia: Erodoto – che l’aveva visitata, nei lunghi viaggi intrapresi, già ad un centinaio di anni circa dalla conquista di Ciro il persiano, che l’aveva rispettata, affascinato dalla grandiosità di alcune delle sue costruzioni come la “torre di Babele” (così come, due secoli dopo Alessandro il Macedone, trovatala in macerie, distrutta da Serse, fece sgomberare quelle macerie da migliaia dei suoi uomini) – parlando delle città ci dice: “ma la più famosa e forte, quella dove, dopo la distruzione di Ninive, ebbe sede la residenza reale, è Babilonia […] adorna quanto nessun’altra città a noi nota.”; e quanto raccontato da Erodoto viene poi portato alla luce dagli scavi iniziati nel 1899.
La nuova Babilonia: qui, in un tragitto tra le mura – descritte da Erodoto con dovizia di particolari – Frascà indica il Mušḫuššu, il “serpente terribile” o “serpente drago”, sacro a Marduk: come un quadrupede appare, con lungo collo e testa di serpente con corna, corpo con scaglie, zampe anteriori feline e posteriori con artigli di uccello.
Ma Frascà non è in vacanza: qualche mese prima della foto che pubblichiamo, nel mese di Aprile, era già stato in Iraq, invitato e guidato dall’allievo Atheer Al Timimi e dall’artista Ali Al Jabiri.
Di quel primo viaggio, così scrive: “Il viaggio è stato per me un cataclisma emozionale […] un autentico viaggio nella dimensione umana e spirituale profonda che da tempo non avevo modo di vivere più in questo pianeta così orgogliosamente e pateticamente dedicato al suo progresso tecnologico-pragmatico-positivistico.”
“Gli incontri umani con tutte le persone che ho avuto modo di avvicinare mi hanno ampliato la sensibilità e la conoscenza dei luoghi più sacrali che contrassegnano questo nobilissimo paese dal quale siamo stati, tutti noi occidentali, radicalmente nutriti e, attraverso le sue tradizioni millenarie, evoluti.”
Netta è la condanna alla guerra e all’embargo:
“Le condizioni nelle quali versa il popolo iracheno (grazie all’embargo che “noi occidentali” abbiamo perpetrato contro questa Nazione) è stata la testimonianza stessa della vergogna […] questa guerra silenziosa e terrificante che cela, dietro le sue giustificazioni e i suoi alibi, una volontà perversa e sopraffattoria.”
La guerra – scrive ancora – “contro l’Iraq (contro la nostra Patria Archetipale, contro la nostra stessa madre, contro le nostre radici più autentiche […]) continua in modo anche più crudele perchè più tragicamente efficace e silenziosa.”
Tornato a Roma, con amici artisti e allievi dell’Accademia, con l’Associazione Costellazione A.N.D.R.O.S., da lui fondata, e assieme alla Associazione “Un ponte per…” organizza al Palazzo delle Esposizioni di Roma, dal 21 al 23 maggio 1994 “1000 e 1 tubetti di colore per Baghdad”, mostre ed eventi con raccolta di fondi per invio di materiale artistico agli allievi dell’Accademia di Belle Arti di Baghdad.
Con il gruppo di giovani dell’ANDROS che andrà in Iraq (saranno, con lui, 25 in tutto), tiene un ritiro/seminario di preparazione al viaggio all’isola di Alicudi, dal 29 luglio al 12 agosto.
Frascà immagina e progetta il viaggio (18 settembre – 6 ottobre) trasformando la partecipazione al Festival in un itinerario di conoscenza ed esperienza collettive, programmando incontri con artisti iracheni, partecipazione a mostre e performance presso il Museo di Arte Moderna di Baghdad, accanto a visite ad ospedali (con consegna di materiale medico ad un ospedale pediatrico) e a luoghi sacri e a rifugi colpiti dalla guerra.
“Veniamo a Babilonia” – scrive – “per essere influenzati dalla realtà irachena, esserne messi in crisi e cambiati e provare a reagire creativamente”.
“Fare arte per noi significa vivere una realtà umana e non più importare, imporre, colonizzare, bensì bagnarsi per poi immergersi, sommergersi e perdersi in essa, onde poter rinascere a noi stessi profondamente toccati e rinnovati”.
Invita i suoi allievi a farsi ”corpo d’amore”, attraversato dai volti, dalle parole, dai luoghi, dai suoni che si incontrano.
Di questi “corpi” rimane una testimonianza vivissima nel racconto di una delle partecipanti, Cristina Cary, raccolti da Nidia Morra, pubblicato nella rivista D’Ars del Dicembre 1994, diretta dal critico e amico fraterno Pierre Restany.
il gruppo ANDROS (sopra) e (sotto) una mostra di fotografie allestita al Museo di Arte Moderna
Sempre più lontano dal narcisismo dell’artista, ottocentesco o postmoderno che sia; in insanabile contraddizione con la infestante commercializzazione dell’arte. Sempre più vicino ad un interesse radicale per l’umanità, nella tensione al “pensare i nuovi rapporti umani e un nuovo modo di intendere la funzione dell’arte: un modello di risveglio della qualità profonda dell’essere”.
Diramazioni, in itinere
… “Mille e uno tubetti di colore per Baghdad”
… testo Viaggio a Baghdad Aprile 1994
… “Veniamo a Babilonia per…” testo ANDROS
… progetti e interventi al Festival di Babilonia